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Nekromantik 2 di Jorg Buttgereit [1991]

lunedì, 08 maggio 2006 15:45 in Buio in sala! (48 post)

Mamma mia. Questo film mi ha sconvolto. Perchè qui siamo di fronte a qualcosa di malato, morboso, sporco, che ti lascia addosso un senso di sudicia, appiccicosa malattia.
Perchè la protagonista, bella, bionda, quintessenza della pulizia, è in realtà attratta da un necrofilo che si è appena suicidato. Talmente infatuata da decidere di dissotterrarne il cadavere, ormai in avanzato stato di decomposizione, portarlo nel proprio appartamento e tentare di avere un rapporto sessuale con questo. Nonostante l'impegno, non riesce ad andare oltre la fellatio e decide di gettare il corpo, dopo averlo fatto naturalmente a pezzi, conservando in frigo la testa ed il pene.
Come incipit non è male, già di per sè, ma siamo solo all'inizio di un vortice torbido, di un'ossessione senza limiti, che porterà ad esiti inenarrabili.
Non siamo di fronte al solito splatter. In effetti la definizione non calza proprio per questo film, che non è nemmeno etichettabile come horror. Piuttosto è allo stesso tempo luogo e prodotto della fusione di un certo cinema di serie b, seppur una b con la B maiuscola, con il cinema quasi d'autore. Opera silenziosa, quasi muta, se si considerano i pochissimi dialoghi, tra l'altro inutili nella propria sostanza. Sono sufficienti le immagini. Gioca sui contrasti Buttgereit. Tra la gelida asetticità della fotografia, la scarnezza degli arredamenti ed i colori caldi, l'odore dolciastro della putrefazione. Tra l'aspetto fanciullesco della protagonista e la sua propensione per la morte. Un viaggio scioccante nel "necro-hard-core", assolutamente consigliato, ma che ha come prerequisito fondamentale uno stomaco forte. Molto forte.
Ho letto critiche al riguardo, dovute principalmente al confronto con il predecessore. Il paragone con gli originali è sempre duro, pero' questo seguito ha in sè una forza propria, tale da renderlo una creatura indipendente e sovrana.

allergic.   

Il codice Da Vinci di Dan Brown

venerdì, 05 maggio 2006 14:14 in Mondi di carta (17 post)
ATTENZIONE! Questa recensione contiene spoiler.

Alla fine l’ho fatto. Più che altro per curiosità ed in vista dell’uscita della trasposizione cinematografica, ho letto il Codice Da Vinci.
Mettiamo subito le cose in chiaro. Non si parla di capolavoro, è un thriller mainstream come tanti altri, ma in seguito alla lettura sono più vicino a capire l’immenso successo che ha riscosso e sta riscuotendo in tutto il mondo. Come afferma il sociologo Introvigne, presidente del Cesnur, il successo del romanzo è sicuramente dovuto in gran parte alla sua natura che <<..incontra e mette insieme due tipi di mode molto diffuse: quella dei complotti e delle società segrete che dominerebbero il mondo, e quella di un anti-cattolicesimo sempre più manifesto e virulento.>>
Insomma, la teoria dei complotti è davvero molto affascinante anche perché il famoso motto sul poster che Fox Moulder  aveva dietro la scrivania è un po’ il desiderio ed il motore di noi tutti. Oltre questo, aggiungo, il libro somma scorrevolezza, molti colpi di scena, poco intellettualismo e aspetti didascalici molto “americani” (e non certo nell’accezione più positiva). Comunque, mi sono divertito, lo ammetto.
Quindi come prodotto commerciale è un capolavoro senza pari, le vendite ne sono la riprova inoppugnabile, ma naturalmente come di consuetudine non è questo il tema principale che anima le discussioni attorno al Codice da Vinci. Ed è da qui che muove la mia critica, non verso libro, ma nei confronti sia  detrattori che dei sostenitori dello stesso sulla base di accuse o verità emergenti, o presunte tali.
Banalmente, si tratta di fiction, ed in quanto tale la massima espressione della libertà della fantasia. Basterebbe questo per mettere a tacere tutte le polemiche.
Questo non avviene, ed è in parte accettabile, nel caso specifico, in quanto vengono toccati temi religiosi particolarmente delicati. Al di là di queste premesse, avendo seguito le discussioni che animano sia i forum sulla rete che i salotti televisivi italiani e non, mi viene da pensare che la maggior parte di questi esimi personaggi che dibattono nei salotti televisivi con aria di supponenza, aggiustandosi di continuo il ciuffo di capelli bigi, non abbia letto il libro, forse qualche paginetta, e che, fuori dal campo di propria competenza, debba tacere.
Non mi occuperò dell’analisi dei resoconti storici del libro, perché le numerose sciocchezze che vengono dette sono facilmente identificabili, a partire dai famigerati e insindacabilmente fasulli Dossiers Secrets, alla storia dei Templari, al consiglio di Nicea.
Mi sembra del tutto immotivata la dicotomia guerreggiante tra sostenitori della teoria del complotto, ed accusatori della chiesa da un lato e difensori del cattolicesimo dall’altro. Il libro di Dan Brown è molto chiaro in proposito. Ma andiamo con ordine.

1) L’Opus Dei, secondo entrambe le posizioni, viene descritta in termini totalmente negativi.
Falsissimo. Anzi tutto ciò che dal libro si evince dell’Opus Dei, è la grande fede che anima le persone che la muovono. Non solo nel fanatismo cieco di Silas, ma anche e soprattutto, nella figura del vescovo Aringarosa. Per mano dell’Opera vengono compiuti, nel libro, atti criminosi, è vero, ma questa è vittima di un inganno senza pari. E’ una pedina inconsapevole nella partita di un uomo, le cui mire porterebbero anzi al crollo dalle fondamenta del credo cattolico. Se si vuole poi far cenno delle punizioni corporali, non vedo il lato negativo, visto che, qualora fossero vere, sarebbero frutto di libere scelte dei numerari. Un discorso analogo si potrebbe fare, sempre supponendo si tratti di verità (e francamente ne dubito), riguardo al ruolo subordinato delle donne all'interno del prelato vaticano.

 2) Altro aspetto importante è quello che ruota attorno all’altra organizzazione. Il Priorato di Sion.
La storia (recente) del priorato ed i documenti inoppugnabili dimostrano l’inconsistenza delle teorie descritte nel libro. Ma non è questa la cosa importante. Di nuovo dal Codice è palese come il priorato non compaia attivamente nel romanzo. Anzi, i suoi membri non compaiono affatto ( se escludiamo il Gran Maestro Sauniére).

Il libro è chiarissimo al riguardo. Nessun complotto, nessuna trama, tra chiesa e priorato. Quando i destini delle due organizzazioni si intrecciano è sempre come burattini, i cui fili sono nelle mani dello storico Leigh Teabing. La chiesa contemporanea non sa del Graal, non lo cerca, non ha ucciso nessuno che si frapponesse tra se e la verità. Anche la serie di omicidi imputabili ad Vaticano si rivelano mere ipotesi e farneticazioni non confermate nemmeno dai diretti interessati, i discendenti dei Merovingi (<<Santo cielo, no!>>).
Dall’altro lato della “divisione immaginata”, il priorato di Sion, parla per simboli, indovinelli, ed elucubrazioni di terzi. Ma come risulta chiaro dagli ultimi capitoli <<Sono il mistero e la meraviglia a muovere le nostre anime, non il Graal stesso. La bellezza del Graal sta nella sua natura inafferabile>>, ed ancora, <<..per la maggior parte delle persone sospetto che il Graal sia semplicemente un'idea grandiosa, un tesoro splendido e irragiungibile che, in qualche modo, anche nel caos del mondo moderno, ci ispira>>. Dietro i simboli, infine, c’è solo questo. Non poco, comunque, e tra l’altro l’unico spunto di riflessione valido dell’intero libro.
Più avanti il Graal si rivela immateriale inconsistente, come un luogo, fisico, ma in fondo dello spirito, per mantenere viva la scintilla della speranza, della vita.

Termino con una domanda che vuol essere una provocazione. Che la crociata dei critici non sia altro che rabbia derivante dalla frustrazione di non poter credere a quanto scritto, perché la cultura dei libri, la cultura delle accademie ed infine la conoscenza, li ha privati della capacità di trascendere la materia?


allergic.   

Carmilla di Sheridan Le Fanu

venerdì, 28 aprile 2006 18:52 in Mondi di carta (17 post)

La Stiria deve essere una regione fantastica. Con quella caducità, quel grigiore e quella pace che sempre accompagna la desolazione è, almeno dalle descrizioni di Le Fanu, un posto fuori dal tempo, e proprio per questo il setting ideale per questa storia dove il tempo si dilata a tal punto da sfumare in un eterno presente. Guardando ancor piu' da vicino troviamo un castello, uno Schloss, abitato da una famiglia inglese che conduce una vita ritirata e solitaria. C'è stato uno strano incidente, davanti al cortile, una carrozza si è rovesciata, una ragazza è rimasta ferita, ed ora è ospite del maniero dove viene accudita dalla figlia adolescente del padrone.

Carmilla è un romanzo breve, dove la trama gioca un ruolo tutto sommato secondario, capace di un potere di fascinazione che si nutre di contrasti e connubi, quali adolescenza e decadenza, risate e silenzi, freschezza e putrefazione, purezza e sesso.
Carmilla è al tempo stesso un inno alla vita che non è più sopravvivenza ma esperienza, piacere. In questo è probabilmente ancora più attuale nell'emergente società dell'experience, del qui ed ora, che finalmente s'è svincolata dall'ascetismo intramondano che ha animato l'ottocento e parte del novecento, prima nella matrice protestante e poi nella versione positivista. Ma d'altronde Carmilla è proprio questo. E' la ribellione dei sensi, un manifesto alla voluttà, alla sensualità come mete di una riscoperta graduale della natura sanguigna, ferormonale dell'essere umano.
Carmilla incarna il piacere dei sensi, il gusto del proibito. Esplicitamente lesbica, è minuta, graziosa ma dotata di una potente carica sensuale con la quale soggioga le sue prede.
Ma è proprio la sua femminilità, la sua arte raffinata nel porsi, la sua grazia, a far si che questa natura sia inammissibile e consciamente invisibile per quanti la circondano, perchè ossimorica con le tendenze animali, peccaminose, contro Dio e contro l'uomo stesso. Ricordiamo che siamo a metà 800, in epoca vittoriana, dove, quando la natura umana non poteva essere inibita veniva letteralmente coperta e negata. Così Carmilla è libera d'agire, indisturbata, protetta, per assurdo, dai costrutti che ne negherebbero l'esistenza stessa. Ancora, il positivismo e la religione.
Non bisogna cadere nell'errore però di identificare il vampiro di Le Fanu con un rigurgito blasfemo, piuttosto questo è un grido di vita, che duri un istante, o che duri in eterno, purchè viva. E' una ribellione, è vero, ma una ribellione positiva, per rendersi liberi di piuttosto che liberi da. Questo è il potere magico del vampiro, così come lo incarna, oltre Carmilla, Il Vampiro di John William Polidori, e così come per certi versi ne è testimonianza Vespertilia nello stupendo racconto Un mistero della campagna romana di Anne Carwford.
E' piuttosto con il Dracula di Stoker, successivo rispetto ai tre libri di cui ho parlato qui sopra, che il sillogismo vampiro-anticristo prende vita, fino a diventare quasi l'unica, di sicuro la più vigorosa, interpretazione oggigiorno della figura del non morto nella letteratura.
Carmilla, che solo a pronunciarlo, sprigiona un pensiero languido. Languido, l'aggettivo più ricorrente nel romanzo e anima del romanzo stesso.

allergic.   

Se solo fosse vero di Mark Waters [2006]

lunedì, 24 aprile 2006 12:51 in Buio in sala! (48 post)
                                                                                                                                                                                                                                          
Ho apprezzato molto Se solo fosse vero, il romanzo, proprio perchè era in grado di miscelare in un crogiuolo compositivo virtuoso toni da commedia semiseria e dolciume romantico. Stemperando i toni da dramma rosa, riusciva a commuovere, proprio perchè le stilettate al cuore arrivavano all'improvviso, non veramente inattese, ma un po' si.
Just like heaven invece altera profondamente questi precari equilibri calcando sulla commedia divertita e riducendo spesso le romanticherie ad una serie infinita di sguardi tra il languido ed il vorrei ma non posso.
Immagino che non sia tutto da buttare, ed immagino che una direzione del genere fosse prevedibile essendoci Mark Waters dietro la macchina da presa. Eppure io ho stima di questo regista, capace di essere critico, pungente, pur nascondendo, fin troppo bene, cinismo e sfiducia dietro il labello cherry lips e fiumi di biondo troppo biondo per essere vero.
Ma anche il training autogeno per ricordarmi che si è sempre delusi dalle trasposizioni cinematografiche, non riesce a distogliere la mente da una figura amputata che rantola a terra, perchè quando il tutto è dato dalla somma delle parti, ora non è più la stessa cosa. Manca una parte troppo grande ed importante, mancano quei toni che sanno di soffocamento, alternati agli istanti onirici, al sapore di atmosfere pagane panteiste, e, tutto sommato, mancano quei passaggi che permettono il salto empatico verso i personaggi.
Il finale è un sunto delle ultime righe qui sopra. Mutilazione. Bella e brava è Reese Whiterspoon.

allergic.   

1 anno di blog!

giovedì, 26 gennaio 2006 09:53 in Varie ed eventuali

Alle 19.41 di oggi Cagliostro festeggia il suo primo anno di vita. Autoauguri!

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patches..

mercoledì, 25 gennaio 2006 18:53 in Mondi di carta (17 post), Buio in sala! (48 post)

Questo post è qui per colmare l'assenza dal blog di queste settimane.

Quattro film..

A history of violence (2005). Il Cronenberg del nuovo corso, inaugurato con Spider, resta magnifico. Crudo, violento, puro, disturbante, eccitante, malato come da tradizione per il regista canadese, questo è un film sulla violenza come eruzione spontanea ed incontenibile dell'es quale impulso che lacera l'artefatto sociale e professa con forza la sua ancestrale animalità. Difficile da ammettere, ancor più da giustificare, la violenza pervade ogni aspetto della vita, perchè è parte fondante dell'uomo. Tuttavia Cronenberg sembra quasi riconoscere che di fronte alla reiterazione dell'evidenza essa possa essere, infine, almeno accettata nella sua ineluttabilità.

Shaun of the dead (2004). Vista un po' per caso, questa commedia-parodia-horror-tuttofare è davvero irresistibile e soprattutto MAI banale o scontata. Tra zombie ( ma non chiamateli così) virus e pub, Wright ci racconta di un giovanotto non più tanto giovanotto alle prese con una vita grama, priva di aspettative e terribilmente monotona. Molto bella la colonna sonora e fa troppo primi eighties, o Donkey Konga, prendere a bastonate zombie al ritmo di Don't stop me now  dei Queen.

Le Cronache di narnia (2005). Pessimo, pessimo, di più. Okkey sarà anche una storia per bambini, ma il fatto è che io di solito mi diverto con le storie per bambini. Gli effetti speciali fanno schifo. Okkey è lo stile che è così. Ma fa schifo lo stesso. Poco o niente da salvare per una pellicola noiosa e brutta come pochi natali ricordano, anche se ha fatto e farà un bel po' di soldoni al botteghino.

American History X (1998). Il mio unico rimpianto è quello di aver visto solo oggi questo film, che al momento è diventato in assoluto il mio preferito. Un film che sembra parlare di nazismo o meglio di neo-nazisti, ma che si rivela un lavoro ben più profondo sulle radici dell'odio e sulle conseguenze di questo. Da vedere in accoppiata con L'odio di Kassovitz, che per altre vie ed in altre culture analizza lo stesso fenomeno. Affascinante e drammatico.

Ed infine..un libro

L'uomo nell'alto castello di P.K. Dick. E se la guerra l'avessero vinta i crucchi ed i loro amichetti giapponesi? Sarebbe stato così diverso il nostro mondo al di là dei diversi colori sulle facciate delle case? Questa è la domanda che è alla base del romanzo e che si articola in una domanda doppia ed incrociata dal momento che anima la riflessione, dall'altra parte del bivio, dei protagonisti del libro. Interessante l'analisi sull'uomo occidentale o occidentalizzato al di là delle ideologie che si sono succedute nel tempo ed interessante l'esercizio storico di intrecciare un futuro altro attorno a personaggi realmente esistiti a partire da eventi da loro realmente vissuti. Considerato uno dei massimi lavori di Dick, il libro è si molto bello ma a parer mio sopravvalutato. Lo scrittore dà il meglio di se quando gioca col tempo e si tuffa e si perde, o almeno il lettore si perde, nei meandri della mente umana.


Per il format del post si ringrazia l'amico alcinemanonsimangia.

allergic.   

La morte malinconica del bambino ostrica ed altre storie...

lunedì, 26 dicembre 2005 23:17 in Varie ed eventuali
Melonhead

    

There once was a morose melonhead,
who sat there all day
and wished he were dead.


 




But you should be careful
about the things that you wish.
Because the last thing he heard
was a deafening squish.


(Tim Burton)


 


Le poesie di Tim Burton (La morte malinconica del bambino ostrica e altre storie)
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King Kong di Peter Jackson [2005]

sabato, 17 dicembre 2005 13:20 in Buio in sala! (48 post)
Siamo in una confusionaria New York d'annata. Un intraprendente regista, Carl Denham, vede bocciate le prime riprese del suo nuovo film ma decide di continuare a girare su una misteriosa isola non segnata sulla mappa. Sebbene la produzione cerchi di fermarlo egli, formati alla meno peggio un cast ed una troupe, salpa alla volta dell'inviolata isola del teschio. L'isola avvolta nella nebbia perenne si rivela molto più misteriosa di quanto Denham potesse aspettarsi. Mura altissime si levano tra la costa e la foresta. Una popolazione oscura ed aggressiva uccide parte dell'equipaggio e cattura l'attrice protagonista, Ann, per offrirla in dono ad una leggendaria creatura. Un mostruoso primate. Kong.
Kong è gigante, il re spietato del suo mondo, che tuttavia trascorre i tramonti con lo sguardo triste rivolto verso il mare. Signore del suo regno che è allo stesso tempo la sua prigione. Lo scimmione si innamorerà di Ann, e la bestia innamorata della bella finirà per perdere la propria libertà...
Partivo scettico, non tanto per sfiducia nei confronti di Jackson, che stimo immensamente, quanto per King Kong stesso. Ricordavo a malapena l'originale del '33 mentre non sono mai riuscito del tutto ad eliminare dalla memoria quella specie di buffonata datata 1978 piena di italiche colpe. Ma qui assistiamo alla perfezione o quasi.
La sceneggiatura è perfettamente strutturata e si sposa con un nuovo capolavoro della Weta sul fronte degli effetti speciali, mai fini a se stessi e soprattutto utilizzati con creatività ed inventiva. Dinosauri, insettoni, e soprattutto lui, Kong, sono qualcosa di incredibile e vederli interagire con gli ambienti e con gli attori in carne ed ossa stupisce anche i più avvezzi alle prodezze tridimensionali degli ultimi anni. Le lunghe sequenze dei combattimenti contro i T-rex resteranno nella storia, oltre che per l'incredibile veridicità di ogni dettaglio anche per l'originalità delle situazioni.
L'isola ha cambiato i propri connotati rispetto all'originale, in virtù dell'immenso potenziale tecnico e di una più che visibile influenza post tolkeniana. Skull island è uno stupendo incrocio tra Barad-Dur e Mordor da un lato e la giungla tossica di Nausicaa nella valle del vento dall'altro.
Un film che Jackson voleva fare da tempo, in memoria al lungometraggio che gli ha, a suo dire, cambiato la vita, facendogli crescere dentro quella passione virtuosa e viscerale per il cinema; sarà un caso ma Carl mi ha ricordato lo stesso Jackson, grassoccio, innamorato del cinema e disposto a rischiare, sacrificarsi per il suo amore. Adrien Brody e Jack Black sono semplicemente perfetti, Andy "Gollum" Serkis è un vero gorilla, così come Naomi Watts pare spuntata direttamente fuori dalla New York degli anni 30.
Insomma, davvero fantastico, entusiasmante, commovente. Mi devo ricredere di fronte ad una storia che ho sempre ritenuto, in fondo, banale e che ora scopro piena di dolore, di cinismo, di vittorie, di sconfitte, di morte. Gli occhi di Kong dopotutto sono un po' gli occhi disillusi di fronte ad una vita a cui si cerca di dare un significato che forse non c'è.


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Harry Potter e il calice di fuoco di Mike Newell [2005]

martedì, 13 dicembre 2005 16:05 in Buio in sala! (48 post)

Quarto anno di studi per Harry e soci, pieno di sorprese. Infatti Hogwarts è stata scelta per ospitare il mitico torneo Tre maghi, dove i campioni di tre scuole di magia si sfideranno per dare lustro a se stessi e alla loro bandiera. Naturalmente qualcosa deve andare storto per colpa dei soliti meschini servitori di Voldemort...

Il quarto film di Potter è decisamente il migliore. Merito della storia da cui è tratto o del regista?
Sicuramente The Goblet of fire è il romanzo uscito meglio dalla penna della Rowling. Lo è sia perchè più compiuto, nel senso che tesse assieme le fila sparse nei precedenti tre episodi, perchè più adulto, perchè spinge ancora più che il prigioniero di Azkaban su atmosfere tendenti al gotico e perchè, pur essendo la storia lineare, i personaggi sono più tridimensionali rispetto al passato. Ma naturalmente il rischio di rovinare il tutto con la trasposizione da un medium all'altro c'è sempre. Basti vedere i primi due film del maghetto inglese.
Merito dunque anche al regista per aver riportato probabilmente nella maniera migliore l'opera su grande schermo. C'è voluto Mike Newell per eliminare parte della struttura sedimentata di questa saga, mi riferisco al solito siparietto iniziale con zii grassoni e cugino unto e viziato. Altro merito sicuramente è quello di essere sfuggito ad un clichè del genere fantasy, anche in senso lato, cioè quello di dedicare più spazio agli ambienti che ai personaggi. Sono pressochè scomparsi i siparietti, fichi quanto si vuole, con quadri animati e scale mobili, anche perchè ormai tutti conoscono Hogwarts a memoria.
Questo naturalmente non significa una diminuzione degli effetti speciali, molto convincenti, che anzi danno corpo a quasi ogni cosa, dal futuristico stadio del mundialito di quidditch, ai draghi, al labirinto finale.
L'unico rimpianto per l'atmosfera oscura, di incertezza, che trasuda dal libro mentre qui si affaccia quasi timidamente per poi irrompere con forza solo nel finale.

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Le tre stimmate di Palmer Eldritch di Philip K. Dick

venerdì, 09 dicembre 2005 12:50 in Mondi di carta (17 post)

L'aspetto parassitario dell'uomo è innegabile. Egli giunge in un posto, lo consuma, lo piega ai suoi fini, poi è costretto a spostarsi, ad espandersi a cercare nuovi terreni fertili. L'homo faber di marxiana memoria che si oppone alla natura e la fa propria, la conquista, la doma.
Finita la terra, bisogna mirare ai cieli, in senso poco metafisico e molto terreno, terrestre. Marte e gli asteroidi dei grandi pianeti del sistema solare, sono i nuovi avamposti dell'ormai ex pianeta azzurro. I leader delle nazioni unite, tra la lotteria e la deportazione, spediscono schiere di uomini e donne a dissodare deserti marziani, a preparare questi nuovi territori siderali alla colonizzazione di massa. Vivere in questi luoghi è quanto di più alienante, in senso più strettamente hegeliano questa volta, vi possa essere. Abbandonati a se stessi, in tuguri sotterranei, senza svaghi, senza sentirsi più parte di quella grande umanità che contribuiscono a far perseverare, si gettano nel mondo delle nuove droghe. Il Can-D, droga di traslazione, permette se utilizzata assieme ai plastici di Perky Pat di immedesimarsi nelle bamboline che li animano, vedere con i loro occhi, vivere per alcuni istanti in una terra sintetica e reiterativa, pur sempre meglio del niente. Per quanto pubblicamente vietata, essa viene capillarmente diffusa sul suolo marziano grazie alle pesanti ingerenze della multinazionale di Leo Bulero, i cui plastici Perky Pat sarebbero di nessun valore se non coadiuvati dalla can-D. Il mercato pero' viene invaso da una nuova droga, dalla provenienza misteriosa. La Chew-Z, importata da un altro sistema dal privo di scrupoli Palmer Eldritch.
Un gran libro, relativamente alla mia esperienza la miglior opera di Dick. Ciò che ho raccontato qui sopra è semplicemente il quadro in cui si svilupperanno le vicende. E' difficile identificare il fulcro centrale della riflessione, piuttosto si dovrebbe parlare di diverse sfere intersecanti. Non sarebbe sbagliato incentrare il discorso sulla corruzione dell'uomo e delle strutture del suo vivere sociale, sul desiderio di fuga, oppure sul problema (e sui problemi) di Dio, tema consueto nell'opera dickiana. Credo tuttavia che la chiave di lettura più interessante sia il problema della realtà. In effetti il libro è un viaggio allucinatorio tra diversi piani del reale, tale da rendere impossibile isolare il punto di partenza, impossibile capire se si è tornati nel "mondo vero" o se si è persi nel proprio cervello o chissà dove. Se tutto è uguale, se i nostri sensi non sono in grado di notare differenze, come si fa a capire se stiamo vivendo o sognando. Ed in ultima istanza questo può fare davvero la differenza o no? Taoismo? Domande che restano comunque aperte per il lettore. Da leggere, riflettere, vedere eXistenZ di Cronenberg, mixare il tutto e perdersi nell'indeterminatezza. Fantastico.
allergic.   

I fratelli Grimm e l'incantevole strega di Terry Gilliam [2005]

venerdì, 25 novembre 2005 11:59 in Buio in sala! (48 post)

E se vi dicessero che gli spunti per le storie dei fratelli Grimm non fossero prese soltanto dalla tradizione popolare mitteleuropea ma anche dalle loro stesse avventure debitamente romanzate di imbroglioni, furfantoni, attoruccoli che per campare sfruttano le paure dei contadini? Io risponderei che sono stati bravi a tirare fuori delle storie così belle e così ciniche da quella mezza schifezza che è la loro storia.
Il film di Gilliam parte da questo presupposto. I Grimm prima di diventare affermati scrittori vissero una vita di stenti e di sotterfugi, creando streghe, uomini rana e altre nefandezze per spaventare i poveri agricoltori tedeschi e poi proporsi come acchiappafantasmi ante litteram. La trovata del regista di muoversi attraverso le varie favole dei Grimm per creare una struttura organica è secondo me estremamente banale, ma ammetto che possa piacere a patto che venga realizzata in maniera degna e non fornita come un'accozzaglia di materiale che fa scadere la pellicola in un citazionismo di bassa lega.
Matt Damon, in versione porcellino impomatato, scompare di fronte al "fratello" Ledger e questo è tutto dire; ed infine come non parlare dell'amata Monica Bellucci, punto dolente di ogni produzione a cui ha preso parte. E qui, miracolo! Non aspettatevi chissà cosa ma in quei pochi minuti in cui appare riesce a non rovinare quel poco che di buono c'è, calandosi in maniera tutto sommato soddisfacente nel ruolo della strega edonista ed incartapecorita.
Molto bella invece la fotografia, con un acceso contrasto tra i colori freddi, grigi, scoloriti, quasi fumo di Londra dei villaggi e i toni carichi, caldi, marrone e arancione delle foreste che raggiungono la sublimazione della saturazione nell'abito rosso della megera nella torre. Gli sfondi acquerellati ed i bei costumi, forniscono un setting ideale per una favola, ma tutto finisce qui, e da Gilliam è lecito aspettarsi ben di più. Scarso.

allergic.   

Ristorante al termine dell'universo di Douglas Adams

domenica, 20 novembre 2005 12:54 in Mondi di carta (17 post)

Dopo aver scoperto la vera origine del pianeta terra, dopo essere riusciti a fuggire agli sbirri galattici sulle loro tracce, Zaphod, Arthur, Ford e tutto il resto della male assortita combriccola di viandanti spaziali si sentono affamati e si dirigono verso il ristorante più vicino. Tuttavia i problemi non sono ancora finiti ed i burocrati-belligeranti per definizione, i Vogon attaccano la loro nave...
Questo l'incipit del seguito di Guida galattica per gli autostoppisti. Un seguito riuscito sotto ogni aspetto meglio del predecessore, più cinico, più irriverente, molto più nichilista. Un libro che pone l'accento sulla riflessione, con acume, che come un decespugliatore sradica le certezze, ancora una volta, e di più, sulla vita, l'universo e tutto quanto. Molti nuovi interrogativi vengono posti, alcuni dei vecchi vengono risolti.
Un finale da brivido, un elogio dell'irrazionale, la risposta alla risposta sulla domanda fondamentale, ovvero la domanda stessa, fa sorridere ma è un sorriso amaro eppure un inno alla vita. Ah, il ristorante più vicino, ad un certo punto i nostri eroi ci arrivano, è vicinissimo, nello spazio, ma lontanissimo nel tempo...al termine dell'Universo.
Infine, di nuovo, un elogio a Marvin, il robot depresso, una delle più veritiere rappresentazioni della condizione dell'uomo metropolitano dei nostri tempi.

allergic.   

Ogni cosa è illuminata di Liev Schreiber [2005]

sabato, 19 novembre 2005 12:37 in Buio in sala! (48 post)

Ogni cosa è illuminata (dalla memoria di ciò che è stato) è un film in bilico tra la commedia e un'invito alla riflessione, sincera, non politicamente impegnata, comico e tragico, delicato come una crema di cacao al pepe rosa, e proprio per questi contrasti a rischio lacrima.
Jonathan è un giovane ebreo americano monomaniaco per la collezione di qualsivoglia cimelio di famiglia. L'ultimo di questi da aggiungere alla stracolma parete è una vecchia foto che ritrae suo nonno, morto quando lui era bambino, assieme ad una giovane sconosciuta. Così compie un viaggio in Ucraina per ricostruire la storia del parente, e dunque la storia della propria famiglia ed in fin dei conti le sue radici. E' questo un viaggio nella memoria che si muove appena di lato alla grande storia, è questo un percorso alla ricerca della specificità, di una persona, della storia di una persona.
Erroneamente, a mio parere, è stato definito uno dei migliori film sulla Shoah, semplicemente perchè non è un film sulla Shoah. Il fatto che questa faccia da sfondo e sia in un certo senso il motore delle vicende non implica che il focus del film sia lì.
Certo lo spettro della guerra e dello sterminio è incancellabile perchè esso vaga nei luoghi fisici e nei luoghi psichici, è lì per essere ricordato, ma questa è un'opera sulla memoria in generale,sulla paura di perderla, sulla necessità di aiutarla con ogni mezzo a nostra disposizione. Qui il micro ed il macro sono intersecati in maniera indissolubile senza che l'evento singolo venga asfissiato dalla totalità della storia. E' anche un film sull'importanza dei simboli. Qualsiasi oggetto ha in sè no spirito, lo hau direbbero da qualche parte nel mondo, che si plasma attorno ad esso nel tempo, uno spirito che lo lega a chi l'ha posseduto, ai luoghi che ha visto, a chi lo conserva. Una dentiera, un paio d'occhiali, una cavalletta sono dei ponti tra un passato che si nebulizza a gran velocità ed il presente. Il sogno di Jonathan sulle sponde del fiume Brod rappresenta esattamente questa radice artificiale da cui l'uomo non può ormai prescindere. Naturalmente può provarci, puo' provare a dimenticare, a rinnegare il passato, e non è detto che questa battaglia perduta in partenza venga fatta con malvagità, per pochezza d'animo. E' sempre e solo il desiderio di sopravvivenza dell'uomo che lo fa agire. Qualcuno crede che per sopravvivere sia necessario ricordare, qualcuno che sia meglio tagliare i ponti. Ma in questo modo ogni cosa non è più illuminata.
 
allergic.   

La sposa cadavere di Tim Burton e Mike Johnson [2005]

sabato, 29 ottobre 2005 12:44 in Buio in sala! (48 post)

Come inspirare un sudario, sottovuoto, nel momento in cui come all'uscita dalle finestre tutto diviene grigio, non c'è via di fuga perchè non esiste un altrove per la vita, che questo insensibile anestetico posto che chiamiamo qui ed ora. Il tempo dettato ai cuori da enormi cipolloni d'oro che gonfiano i taschini, color fumo di Londra, poco da fare, i nostri visi, pallidi, la luna di cenere. La pioggia di grafite oggi non intacca l'elettricità di una città mediorientale, tra lo zenzero e gli incensi ma le scintille vive dei cuori. E' l'atrofia. Siamo morti, solo che continuiamo a vivere, marziali, metodici, prozachiani.
Loro tolgono il sudario, sorridono ed i mille colori rimpolpano i cuori, rattrappiti ed insieme pulsanti. Il veleno è rubino, come la vita, zelante la musica, come sull'isola della scimmia suonano uno swing col pirata, vivono un dostoevskiano sottosuolo, luogo dell'irrazionale, del vero spirito da servire in grossi boccali scheggiati. Scimmiottare la vita o viverla, infine, nella non più vita? Lui vaga senza meta e senza metà, perso nella foresta, vieni a me principessa spaventata, loro sono morti ed hanno cominciato a vivere.
Di nuovo non ci resta che ringraziare Tim.

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