Mamma mia. Questo film mi ha sconvolto. Perchè qui siamo di fronte a qualcosa di malato, morboso, sporco, che ti lascia addosso un senso di sudicia, appiccicosa malattia.
Alla fine l’ho fatto. Più che altro per curiosità ed in vista dell’uscita della trasposizione cinematografica, ho letto il Codice Da Vinci.
Mettiamo subito le cose in chiaro. Non si parla di capolavoro, è un thriller mainstream come tanti altri, ma in seguito alla lettura sono più vicino a capire l’immenso successo che ha riscosso e sta riscuotendo in tutto il mondo. Come afferma il sociologo Introvigne, presidente del Cesnur, il successo del romanzo è sicuramente dovuto in gran parte alla sua natura che <<..incontra e mette insieme due tipi di mode molto diffuse: quella dei complotti e delle società segrete che dominerebbero il mondo, e quella di un anti-cattolicesimo sempre più manifesto e virulento.>>
Insomma, la teoria dei complotti è davvero molto affascinante anche perché il famoso motto sul poster che Fox Moulder aveva dietro la scrivania è un po’ il desiderio ed il motore di noi tutti. Oltre questo, aggiungo, il libro somma scorrevolezza, molti colpi di scena, poco intellettualismo e aspetti didascalici molto “americani” (e non certo nell’accezione più positiva). Comunque, mi sono divertito, lo ammetto.
Quindi come prodotto commerciale è un capolavoro senza pari, le vendite ne sono la riprova inoppugnabile, ma naturalmente come di consuetudine non è questo il tema principale che anima le discussioni attorno al Codice da Vinci. Ed è da qui che muove la mia critica, non verso libro, ma nei confronti sia detrattori che dei sostenitori dello stesso sulla base di accuse o verità emergenti, o presunte tali.
Banalmente, si tratta di fiction, ed in quanto tale la massima espressione della libertà della fantasia. Basterebbe questo per mettere a tacere tutte le polemiche.
Questo non avviene, ed è in parte accettabile, nel caso specifico, in quanto vengono toccati temi religiosi particolarmente delicati. Al di là di queste premesse, avendo seguito le discussioni che animano sia i forum sulla rete che i salotti televisivi italiani e non, mi viene da pensare che la maggior parte di questi esimi personaggi che dibattono nei salotti televisivi con aria di supponenza, aggiustandosi di continuo il ciuffo di capelli bigi, non abbia letto il libro, forse qualche paginetta, e che, fuori dal campo di propria competenza, debba tacere.
Non mi occuperò dell’analisi dei resoconti storici del libro, perché le numerose sciocchezze che vengono dette sono facilmente identificabili, a partire dai famigerati e insindacabilmente fasulli Dossiers Secrets, alla storia dei Templari, al consiglio di Nicea.
1) L’Opus Dei, secondo entrambe le posizioni, viene descritta in termini totalmente negativi.
Falsissimo. Anzi tutto ciò che dal libro si evince dell’Opus Dei, è la grande fede che anima le persone che la muovono. Non solo nel fanatismo cieco di Silas, ma anche e soprattutto, nella figura del vescovo Aringarosa. Per mano dell’Opera vengono compiuti, nel libro, atti criminosi, è vero, ma questa è vittima di un inganno senza pari. E’ una pedina inconsapevole nella partita di un uomo, le cui mire porterebbero anzi al crollo dalle fondamenta del credo cattolico. Se si vuole poi far cenno delle punizioni corporali, non vedo il lato negativo, visto che, qualora fossero vere, sarebbero frutto di libere scelte dei numerari. Un discorso analogo si potrebbe fare, sempre supponendo si tratti di verità (e francamente ne dubito), riguardo al ruolo subordinato delle donne all'interno del prelato vaticano.
La storia (recente) del priorato ed i documenti inoppugnabili dimostrano l’inconsistenza delle teorie descritte nel libro. Ma non è questa la cosa importante. Di nuovo dal Codice è palese come il priorato non compaia attivamente nel romanzo. Anzi, i suoi membri non compaiono affatto ( se escludiamo il Gran Maestro Sauniére).
Il libro è chiarissimo al riguardo. Nessun complotto, nessuna trama, tra chiesa e priorato. Quando i destini delle due organizzazioni si intrecciano è sempre come burattini, i cui fili sono nelle mani dello storico Leigh Teabing. La chiesa contemporanea non sa del Graal, non lo cerca, non ha ucciso nessuno che si frapponesse tra se e la verità. Anche la serie di omicidi imputabili ad Vaticano si rivelano mere ipotesi e farneticazioni non confermate nemmeno dai diretti interessati, i discendenti dei Merovingi (<<Santo cielo, no!>>).
Dall’altro lato della “divisione immaginata”, il priorato di Sion, parla per simboli, indovinelli, ed elucubrazioni di terzi. Ma come risulta chiaro dagli ultimi capitoli <<Sono il mistero e la meraviglia a muovere le nostre anime, non il Graal stesso. La bellezza del Graal sta nella sua natura inafferabile>>, ed ancora, <<..per la maggior parte delle persone sospetto che il Graal sia semplicemente un'idea grandiosa, un tesoro splendido e irragiungibile che, in qualche modo, anche nel caos del mondo moderno, ci ispira>>. Dietro i simboli, infine, c’è solo questo. Non poco, comunque, e tra l’altro l’unico spunto di riflessione valido dell’intero libro.
Più avanti il Graal si rivela immateriale inconsistente, come un luogo, fisico, ma in fondo dello spirito, per mantenere viva la scintilla della speranza, della vita.
La Stiria deve essere una regione fantastica. Con quella caducità, quel grigiore e quella pace che sempre accompagna la desolazione è, almeno dalle descrizioni di Le Fanu, un posto fuori dal tempo, e proprio per questo il setting ideale per questa storia dove il tempo si dilata a tal punto da sfumare in un eterno presente. Guardando ancor piu' da vicino troviamo un castello, uno Schloss, abitato da una famiglia inglese che conduce una vita ritirata e solitaria. C'è stato uno strano incidente, davanti al cortile, una carrozza si è rovesciata, una ragazza è rimasta ferita, ed ora è ospite del maniero dove viene accudita dalla figlia adolescente del padrone.
Ho apprezzato molto Se solo fosse vero, il romanzo, proprio perchè era in grado di miscelare in un crogiuolo compositivo virtuoso toni da commedia semiseria e dolciume romantico. Stemperando i toni da dramma rosa, riusciva a commuovere, proprio perchè le stilettate al cuore arrivavano all'improvviso, non veramente inattese, ma un po' si.
There once was a morose melonhead,
who sat there all day
and wished he were dead.

But you should be careful
about the things that you wish.
Because the last thing he heard
was a deafening squish.
(Tim Burton)
Siamo in una confusionaria New York d'annata. Un intraprendente regista, Carl Denham, vede bocciate le prime riprese del suo nuovo film ma decide di continuare a girare su una misteriosa isola non segnata sulla mappa. Sebbene la produzione cerchi di fermarlo egli, formati alla meno peggio un cast ed una troupe, salpa alla volta dell'inviolata isola del teschio. L'isola avvolta nella nebbia perenne si rivela molto più misteriosa di quanto Denham potesse aspettarsi. Mura altissime si levano tra la costa e la foresta. Una popolazione oscura ed aggressiva uccide parte dell'equipaggio e cattura l'attrice protagonista, Ann, per offrirla in dono ad una leggendaria creatura. Un mostruoso primate. Kong.
Quarto anno di studi per Harry e soci, pieno di sorprese. Infatti Hogwarts è stata scelta per ospitare il mitico torneo Tre maghi, dove i campioni di tre scuole di magia si sfideranno per dare lustro a se stessi e alla loro bandiera. Naturalmente qualcosa deve andare storto per colpa dei soliti meschini servitori di Voldemort...
L'aspetto parassitario dell'uomo è innegabile. Egli giunge in un posto, lo consuma, lo piega ai suoi fini, poi è costretto a spostarsi, ad espandersi a cercare nuovi terreni fertili. L'homo faber di marxiana memoria che si oppone alla natura e la fa propria, la conquista, la doma.
E se vi dicessero che gli spunti per le storie dei fratelli Grimm non fossero prese soltanto dalla tradizione popolare mitteleuropea ma anche dalle loro stesse avventure debitamente romanzate di imbroglioni, furfantoni, attoruccoli che per campare sfruttano le paure dei contadini? Io risponderei che sono stati bravi a tirare fuori delle storie così belle e così ciniche da quella mezza schifezza che è la loro storia.
Dopo aver scoperto la vera origine del pianeta terra, dopo essere riusciti a fuggire agli sbirri galattici sulle loro tracce, Zaphod, Arthur, Ford e tutto il resto della male assortita combriccola di viandanti spaziali si sentono affamati e si dirigono verso il ristorante più vicino. Tuttavia i problemi non sono ancora finiti ed i burocrati-belligeranti per definizione, i Vogon attaccano la loro nave...
Ogni cosa è illuminata (dalla memoria di ciò che è stato) è un film in bilico tra la commedia e un'invito alla riflessione, sincera, non politicamente impegnata, comico e tragico, delicato come una crema di cacao al pepe rosa, e proprio per questi contrasti a rischio lacrima.
Come inspirare un sudario, sottovuoto, nel momento in cui come all'uscita dalle finestre tutto diviene grigio, non c'è via di fuga perchè non esiste un altrove per la vita, che questo insensibile anestetico posto che chiamiamo qui ed ora. Il tempo dettato ai cuori da enormi cipolloni d'oro che gonfiano i taschini, color fumo di Londra, poco da fare, i nostri visi, pallidi, la luna di cenere. La pioggia di grafite oggi non intacca l'elettricità di una città mediorientale, tra lo zenzero e gli incensi ma le scintille vive dei cuori. E' l'atrofia. Siamo morti, solo che continuiamo a vivere, marziali, metodici, prozachiani.